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Lunedì 22 dicembre alle 21.10 su La7, va in onda “Fortezza Europa”, speciale Piazzapulita Crack.

 
Corrado Formigli:
“E’ un lavoro al quale tengo molto e l’occasione giusta, per chi lo seguirà, di guardarli bene in faccia. Chi? Quelli che vivono e muoiono per la libertà, a Kobane in Siria, combattendo sul fronte del terrore islamista. E quelli fuggiti lasciando la porta aperta, la luce accesa, gli occhiali sul tavolo, il tè sul fuoco. Gente comune con una casa, dei figli, un lavoro. Scappati per non cadere nelle mani dell’Isis. A Kobane c’è un immenso cimitero di macchine e camioncini, migliaia, ammassate sulla frontiera con la Turchia. Le famiglie sono scappate in fretta e hanno portato i loro mezzi fino al confine. Poi hanno proseguito a piedi, affondando le scarpe nella terra grassa e rossa di quelle parti. Fino alla cittadina turca di Suruc. Le macchine invece sono rimaste lì al reticolato, schegge di una vita precedente. Ho incontrato tanti profughi di Kobane a Suruc. Sarti, carpentieri, professori. Curdi siriani pieni di dignità: hanno perso tutto ma non la calma per raccontarti con pazienza le loro vicissitudini, la paura, la nostalgia. Lo fanno dentro tende o garage sgarrupati, mentre a pochi chilometri, nella loro città perduta, cadono le bombe. Le case. Le loro case. Vorrebbero poterci tornare almeno una volta per riprendersi qualche brandello di esistenza. I giochi dei bambini. Una coperta calda. Il computer. Le ho viste le loro case. Molte sono sgretolate dai colpi di mortaio. Ne ho vista una con tre pareti ridotte a calcinacci ma il lampadario rosa ancora su, appeso al soffitto. Un’altra traforata da un missile ma con la foto del matrimonio ancora attaccata al muro.
Era una città normale Kobane, quasi sonnolenta. Ora è l’inferno sulla terra, un cerchio di fuoco dove non si entra e non si esce se non al rischio della vita. Un posto isolato dalla comunità internazionale, dove si combatte e si muore casa per casa. Dove mancano le organizzazioni internazionali, le ambulanze, le medicine. Dove l’ospedale è stato dilaniato da un camion bomba dello Stato Islamico.
Bene. Ora che ve li ho descritti, e vi ho raccontato da dove vengono, seguiteli per un po’. Mentre provano a fuggire con quattro soldi in tasca dagli accampamenti turchi in cerca di un po’ di futuro. Con i vecchi e i bambini. Puntano all’Europa. Credono che il filo interrotto possa riannodarsi lassù. Si imbarcano in un viaggio terribile. Incrociano le loro rotte con altri profughi di altre guerre. Iracheni cristiani. Iracheni Yazidi perseguitati dagli uomini neri del Califfato. E poi somali, eritrei, sudanesi. Molti passano dalla Libia. Altri arrivano in Marocco e provano a scavalcare il muro di Melilla, colonia spagnola. Per tutti il sogno è il Nord. L’Italia è un passaggio, per lo più frettoloso. Chi resta, spesso lo fa da schiavo nei campi del nostro sud incattivito. Oppure si ferma a Roma, città che ai rifugiati dà la caccia contando i soldi sulla loro pelle. Lo abbiamo visto, nelle periferie, quello che è successo. Ragione e umanità cancellate da slogan razzisti, comitati d’affari, politicanti. In due parole, Mafia Capitale.
Ecco, “Fortezza Europa” prova a raccontarvi chi sono i profughi di guerra. Quanta strada e quanto dolore hanno percorso, e che vite normali, dignitose, a volte felici avevano quelli a cui gridiamo di tornare “al paese loro”. Perché tante di queste persone non possono tornarci più, al paese loro. E non possiamo semplicemente scrollare le spalle come se tutto questo non fosse affar nostro. Lo è, eccome. Perciò dovremmo pretendere dai nostri governi europei una linea d’intervento autentica e comune prima che Siria, Iraq e Libia esplodano per l’avanzata dell’Isis. E nel frattempo predisporci ad affrontare un’ondata di dolore che non si può fermare con le cannoniere né demonizzare per bassi scopi politici. Dovremo gestirla, con senso di cittadinanza. E lo faremo meglio se prima avremo conosciuto le loro storie.”

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